Solo exhibition at MON viewing room, Torino, 2022
Text by Walter Guadagnini
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Nella lettura delle opere di Bufalini, conviene sempre partire dagli oggetti, dalla loro natura originaria, poiché spesso in essi è insita una chiave di lettura parziale ma fondante, a prescindere dalla mutazione funzionale e/o formale cui vengono sottoposti dall’artista. Allora, cuscini sono, e sui cuscini si poggia la testa per dormire; ma quella testa poggiata, appena prima e appena dopo il sonno agisce in uno stato, quello del dormiveglia, dove tutto è possibile. Dove pensieri e immagini si confondono, dove realtà e sogno condividono per brevi istanti (che a volte paiono lunghissimi) lo stesso spazio, e non si riconosce più dove e quando inizi uno e finisca l’altro; dove, insomma, si esperisce il mondo in una condizione altra da quella della veglia. Un po’ come accade di fronte a un’opera d’arte - qualunque sia la tecnica con la quale è stata realizzata - alla quale proprio questo si chiede, di aprire il mondo a una dimensione differente rispetto a quella della quotidianità e della funzionalità, di creare immagini (si parla qui di arti visive, e piace sottolineare l’aggettivo, a fronte delle esasperazioni concettuali e ideologiche degli ultimi decenni) in grado anzitutto di meravigliare, incantare (e poi, una volta catturati, anche di indurci a riflettere, certo), di ingannare anche, come quelle che possono apparire in una sfera di cristallo. “Un gioco che, quando riesce, è poesia”, diceva Melotti. Un gioco, quello dei cuscini che respirano, che rimanda allo Tzara lettore di Man Ray (poco importa se lì fosse fotografia e qui scultura, sempre di oggetti si tratta, “des objets qui revent et qui parlent dans leur sommeil”), ma che estende i limiti della percezione attraverso un meccanismo ipertecnologico, tanto invisibile quanto presente. Un meccanismo che a sua volta rimanda alla  più concreta e alla più eterea delle nostre azioni, quella del respiro, e che suggerisce, sempre per via di evocazioni, i tempi e i ritmi di un minimalismo contemporaneo (come un Satie rivisto da Burial, per dire) in una spirale pressoché infinita.